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Ultimo utente: vitzbank
Data: 20 Febbraio 2007
Carmen Consoli: La musica da mangiare

Carmen Consoli gira l’Italia con una band di amici d’infanzia, che non le portano rispetto, e pensa che la musica sia come una buona mangiata («Hendrix è un bella caponata») capace di curare l’anima quando non anche il corpo. La cantante catanese si esibirà, questa sera (inizio alle ore 21), al teatro Massimo di Pescara, con il suo gruppo. Alla vigilia del concerto ha accettato di raccontarsi in questa intervista al Centro.

Consoli, l’Abruzzo è solo un altro posto sulla strada della sua tournée?
«No. Ho legami molto belli con l’Abruzzo. Ho trascorso un’estate meravigliosa, quella del 1997, con la mia band a Torino di Sangro, dove il batterista aveva preso in affitto una casa».
La dimensione teatrale di questo tour cosa aggiunge a un suo normale concerto?
«Gli odori, gli accenti, i gesti dei miei personaggi. C’è una grande regista teatrale, Emma Dante, che ha scritto dei testi eccezionali che sono letti in scena da Simona Malato. Sono monologhi evocati da alcune mie storie, che ti fanno penetrare meglio nella realtà siciliana».
Perché la Sicilia è così importante per lei?
«Non è semplicemente importante: io sono la Sicilia. Non è una cosa che mi propongo di sottolineare in maniera razionale. E’ ciò che mi costituisce come persona».
Come si tiene inchiodato il pubblico per un paio di ore, in un concerto, con canzoni di un solo artista nell’epoca della macedonia sonora dell’Ipod?
«L’Ipod - che uso anche io quando vado a correre - sta alla musica dal vivo come un giornaletto pornografico sta al sesso vero. Non c’è proprio paragone. L’Ipod è una cosa solitaria. La musica dal vivo si condivide con gli altri. Il pubblico? A volte temo che si addormenti anche perché il mio concerto dura due ore e mezza con un’interruzione a metà. Ci metta, poi, pure il bis. Quando ce lo chiedono».
E’ capitato che non ve lo chiedessero?
«Sì, una volta in Albania. In compenso ci siamo portati a casa una buona spesa di prodotti tipici albanesi».
Com’erano?
«Squisiti».
Che cos’è un concerto per lei, più lavoro o più piacere?
«Lavoro mai. Ho la fortuna di fare ciò che mi piace. E’ come una gita con gli amici di sempre, quelli della mia band con i quali condivido il palco da più di 15 anni».
Con loro, in scena, ha delle complicità di cui il pubblico non si accorge?
«Tantissime. Per esempio, quando suono “Amore di plastica” nei bis, il mio batterista, dietro le quinte, si illumina il viso con una torcia elettrica, si mette in testa un cappello, balla, fa le facce, e imita - dice lui - “un fan della prima ora di Carmen Consoli”. Per me è difficile suonare in quelle condizioni. Infatti, voglio licenziarli tutti questi qui - sono tutti catanesi come me - per mancanza di rispetto».
Avete dei riti prima di andare in scena?
«Diciamo sempre in coro una cosa in catanese: “Futti, futti c’o signuri perdona a tutti”. E’ un detto che promuove un tipo di accoppiamento che non porta necessariamente alla procreazione. Poi, un urlo generale: “Sucaminchia”. C’è bisogno di tradurre? (ride)».
Che cosa legge quando è in tournée?
«Per prima cosa la musica. Faccio un’ora e mezzo al giorno di solfeggio cantato. Poi leggo dieci pagine al giorno di almeno tre libri diversi. Adesso sto leggendo “Imperial reckoning” di Catherine Elkins, un libro sui gulag inglesi nel Kenya; poi “La scomparsa dei fatti” di Marco Travaglio; e una raccolta di racconti di Philippa Gregory».
Il pubblico ai suoi concerti è fatto solo di fan affezionati o ci sono anche quelli che vanno a sentire altri artisti?
«E’ fatto soprattutto di gente che viene a vedere Emma (Dante, la regista ndr). No, per fortuna, sono pochi i fanatici di Carmen Consoli. Se fossero molti, la cosa mi rattristerebbe molto». Perché?
«Pensare che ci sia qualcuno, in Italia o all’estero, che ha la sua stanza tappezzata di foto con la mia faccia sarebbe un po’ inquietante. Per fortuna ai miei concerti ci sono soprattutto persone che esprimono la loro ammirazione senza fanatsimo».
Dal vivo le piace di più cantare ballate o fare del rock & roll?
«L’uno e l’altro, purché ci sia una necessità del momento. Ci vuole sempre un’urgenza per essere credibili».
A che cosa servono le canzoni? A essere felici, a capire che l’infelicità è una cosa abbastanza comune, o ad altro ancora?
«Io credo molto al potere della musica, anche di quella più raffinata della mia, come la classica o il jazz. La musica ha una forza incredibile legata alle sequenze. Oggi si curano mali impensabili attraverso gli ultrasuoni. In un concerto ci sono frequenza infinite. Se le frequenze sono belle, predispongono bene le nostre acque che sono l’elemento del corpo che legge le frequenze. La musica ha diverse funzioni: può farti stare bene, farti piangere, farti sorridere, farti muovere. La musica può anche cambiare il sapore di un cibo».
In che modo?
«Io credo, per esempio, che a ogni tipo di cibo possa corrispondere una musica diversa. Il free jazz - per dire - accompagna benissimo i pasti».
A Jimi Hendrix o ai Rolling Stones, invece, che cibo abbinerebbe?
«A Henrdix un cibo non sciapo, non delicato. Niente sushi, quindi. Con lui vedrei bene un bel piatto di carni varie, non lesse; sapori contrastanti, agrodolci, siciliani. Ecco, Hendrix è come una bella caponata. Lo stesso discorso vale per gli Stones. Li senti una sola volta e restano nel tuo corpo per sempre, non li digerisci più. Altri gruppi, invece, sono digeribilissimi. Tipo i Coldplay, una band che ti lascia magra-magra, come se non avessi mangiato».
Due dischi che porterebbe con sé su un’isola deserta?
«“La voce del padrone” di Franco Battiato, e “Kind of Blue” di Miles Davis, un disco che non mi stanco mai di ascoltare».
Come si vede da qui a vent’anni?
«Spero con almeno una coppia di figli e un po’ più grassoccia. Non sono molto lontana da questo sogno, almeno per la seconda parte. Mi vedo serena, in mezzo alla natura che raccolgo i frutti di stagione del mio orto. Sempre a cantare, però. Magari non come oggi. Chessò?, un concerto ogni sei anni».

di: Giuliano Di Tanna

FONTE:L'Espresso




 
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