La chiamano “la cantantessa”
La chiamano “la cantantessa”, e mai come in questo caso soprannome fu più azzeccato: "L'anfiteatro e la bambina impertinente", il nuovo disco di Carmen Consoli, è un live registrato con un’orchestra di oltre 50 elementi nella “fantastica cornice” dell’Anfiteatro Greco di Taormina. Un disco a metà tra pop e arrangiamenti sinfonici, come spesso è capitato nel rock, e come la Consoli aveva già sperimentato nel tour acustico con archi della scorso inverno. In quest’intervista Carmen Consoli ci racconta la sua faccia orchestrale, ma anche il suo lato rock, le sue numerose collaborazioni e i suoi progetti futuri
Come è nato il progetto di questo disco live “L’anfiteatro e la bambina impertinente”?
E’ frutto di una decisione incosciente, che ha preso consistenza dopo il tour acustico fatto nei teatri della scorsa primavera. In quell’occasione ho riarrangiato le mie canzoni, le ho ripensate armonicamente, con archi e atmosfere rarefatte, un po’ da camera. Dopo trentacinque date con queste versioni stravolte, il maestro Buovino, arrangiatore degli archi, mi ha detto “ma perché non proviamo ad estendere il tutto ad un’orchestra e facciamo un concerto al Teatro Greco di Taormina?” . La mia risposta è stata: “Va bene, ma non me lo daranno mai”.
Invece ce lo hanno concesso: in sei mesi abbiamo lavorato, viaggiato continuamente, io ho continuato a studiare musica, perché dovevamo in qualche modo entrare nel linguaggio dei musicisti di classica.
Poi è venuta fuori l’idea di documentarlo. Quindi quella di farne un disco. Ho accettato, ma a patto che non avesse le stesse dinamiche promozionali tipiche di un album dal vivo; quindi niente inediti e singoli, ma solo canzoni ripensate, per dare il segnale di un percorso che divide “Stato di necessità” da quello che sarà il mio prossimo disco.
“L’anfiteatro e la bambina impertinente” sembra quindi la logica conclusione di una svolta iniziata con l’ultimo album di studio e proseguita con il tour acustico nei teatri.
Questo disco è nato dall’esigenza di manifestare una fase del mio percorso artistico. Non so se sia un punto di partenza o arrivo; è comunque un punto di passaggio per avvicinarsi a sonorità distanti da quelle mie originali, per arrivare in maniera coerente al mio prossimo LP, che è già scritto per tre quarti. So di avere scoperto l’acqua calda unendo rock ed orchestra: l’hanno già fatto in molti. Ma questo è quello che c’è stato nel mio cuore negli ultimi due anni.
L’intreccio di orchestra e fiati dà al disco delle sonorità molto “alla Bacharach”…
Bacharach è un grande punto di riferimento: lo amo infinitamente. Mi ha molto influenzato, così come Jobim, Veloso e Salvador. In realtà trovo Bacharach paradossalmente molto rock nell’attitudine, oltre che elegante. In questo periodo, al posto di rifarci come al solito a Hole, Breeders e altri gruppi più duri, abbiamo preso come riferimento la musica brasiliana, la musica di Bacharach, un po’ più soft.
Con il Maestro Buonvino avevi già collaborato per “Stato di necessità”. Qual è stato il suo nel rielaborare le canzoni per questo disco?
Buonvino è un maestro sui generis. Viene dalla classica, ma è abbastanza irruente, si adegua facilmente alla musica “leggera”. Me lo ha consigliato Battiato… Quando ho sentito il muro di suoni degli strumenti classici che ha creato per questo spettacolo, mi sono sentita la bambina impertinente in mezzo ai maestri... In un contesto del genere, ci si aspetterebbe la Callas, invece arriva la Consoli…
Presenterai questo disco con due concerti, uno al Centro Sociale Leoncavallo di Milano, l’altro all’Accademia di Santa Cecilia a Roma. Perché due posti così diversi?
Mi piace il contrasto e pensare che la mia musica non abbia né etichette né confini. Questi due luoghi sono due opposti che mi appartengono, alle usanze dei quali mi adeguerò. Credo non ci sia niente di male a portare un’orchestra al Leoncavallo e una bambina impertinente all’accademia di Santa Cecilia…
Che fine ha fatto il tuo lato più rock?
Contemporaneamente a questo disco è uscito quello di Max Gazzé. “Ognuno fa quello che gli pare?”. E’ un bellissimo album, nel quale io ho un particina: ho coprodotto e suonato in una canzone che si chiama “Il motore degli eventi”. Si tratta di un brano asciutto e secco, più aggressivo rispetto a quelli del disco da vivo di Taormina. Questa è la mia seconda faccia. Voglio mantenere questi due lati della mia personalità, non c’è motivo di nasconderli.
A proposito di collaborazioni, ultimamente ti sei data da fare parecchio.…
Quella con Max in effetti non è l’unica, ce ne sono tante altre. Ho lavorato con Paola Turci, con Lucio Dalla, con Ron, con Luca Madonia. Mi sono data alla pazza gioia: sono andata a registrare ovunque con tutti.
Ho lavorato con Ron a “Cambio stagione” sul suo nuovo disco “Cuori di vetro”, ed è stata un’esperienza fulminante. Non mi aspettavo che lui chiamasse proprio me per scrivere un testo, pensavo che si rivolgesse a dei professionisti o comunque a parolieri più competenti. Invece mi ha spiegato che nel suo nuovo album voleva mettersi in discussione. Per cambiare ha deciso che doveva farsi “contaminare”, collaborare con più gente possibile. Così ha fatto un album che vede la presenza di Jovanotti e di De Gregori.
Una delle tue collaborazioni, quella con Luca Madonia su “Meravigliandomi del mondo”, ha avuto una storia abbastanza travagliata: doveva uscire come singolo, è diventata sigla di un programma radiofonico, ma poi la tua casa discografica ha bloccato tutto….
Purtroppo ci sono delle dinamiche che io non posso controllare. Io farei tutto. Però non posso essere contemporaneamente ospite di dieci singoli. Insomma, c’è stato un piccolo fraintendimento.
Quali sono i tuoi progetti futuri? Prima parlavi di un disco nuovo: quali sono i tempi?
Come dicevo prima, il nuovo disco è già scritto in buona parte. A febbraio entrerò in studio. Non abbiamo ancora deciso quando uscirà, credo nell’ autunno 2002.
(Gianni Sibilla)
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